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ad abbeverarsi al torrente. Ne fu quasi lieto; e guardò a lungo il cielo, che in quei mattini di maggio pare tutto un primo amore, anco le nuvole, se ve ne sono a veleggiarlo. Ma abbassando gli occhi sulla casa del signor Fedele lì in faccia, si rifece pensoso, gli parve di vedere Giuliano tendere a lui le mani da lungi supplicando, e di udirlo dire: «o maestro, e perchè mi ha fatto
dire da mia madre che si sarebbe adoperato per me col signor Fedele? Io non mi sarei mai allontanato dai luoghi dove mi si toglie la donna mia; maestro, se la sposeranno ad un altro, udirà parlare della mia morte. Perchè m'ha tradito?» «Sicuro!--sclamò Don Marco--se un guaio avvenisse, io ne sarei in parte cagione... Questa volta anderò ad ogni costo!»
Così dicendo uscì, stupito di non trovare alla porta il passeraio di fanciulli che vi si raccoglievano ogni mattina, per andargli a servire la messa: ma tosto conobbe il perchè di quella assenza strana. Dopo i fuggiaschi paesani, arrivavano i piemontesi e gli alemanni, feriti due giorni innanzi dalle parti di Loano; e il popolo traeva fuori le mura del borgo ad incontrarli, recando pannolini, ristori, con quel pronto animo che in esso non muore mai.
Ai lamenti che venivano dal prato, dove quei miseri venivano deposti di sui muli, e di sulle barelle, il buon prete si sentì schiantar dentro dalla passione. Ne vide di tutti i gradi e di tutti gli aspetti: visi robusti da star bene nei quadri di Salvator Rosa; faccie pallide, ed occhi come ne dipinse Schaeffer nelle sue meste tele: qua
una voce di subalpino chiedeva aiuto; là un tedesco invocava il suo Got; e non era da ridere se qualche donnicciola rispondesse alla invocazione, porgendo un gotto d'acqua, che il poveretto beveva, inconsci dell'equivoco esso e l'altra. Don Marco fattosi in mezzo a quel dolore, cominciò a darsi attorno a spacciar uno di qua, a chiamar l'altro di là; e quale in questa, quale in quella casa, faceva ricoverare quei dolenti, che gli volgevano
occhiate piene di gratitudine e d'amore; perchè giunto lui pareva, che fosse capitato ad ognuno la madre od una sorella. Si diceva che dei feriti, ve n'erano ancora molti tra via, sebbene paressero già troppi quelli arrivati: e nella furia di torsi dai piedi alcuni che morivano lì di stento; parecchi se ne portavano a seppellire, che non erano per anco spirati. In un campicello a ridosso del borgo, cinque o sei marrani lavoravano a scavar fosse: venivano i soldati coi morti e coi morenti sulle spalle, e li buttavano nelle buche, che poveretti s'aggrappavano ancora alle prode per tornar fuori; ma una zappata sul cranio e una palata di terra sulla bocca, troncavano il grido
disperato e il pensiero della famiglia lontana. Se ne racconta tuttavia ai nostri giorni, e si sanno le ultime parole di quei miseri, sin dai fanciulli; i quali, dopo scuola, vanno a ruzzare in quel campicello; e la sera ne fuggono, spauriti dai fuochi fatui, che scambiano per l'anime di quei sepolti vivi. Nell'opera di misericordia, don Marco ebbe compagni alcuni preti del borgo, e cinque o sei frati del convento venuti, all'annunzio, volonterosi. Ma non era tra questi il padre Anacleto, il quale per
nulla al mondo si sarebbe staccato da Bianca; bisognosa di lui, sanatore dell'anima sua. In quei pochi giorni, aveva fatto con essa molto cammino sulla via della salute; e mi duole non poterlo mostrare che in fretta e quasi di scorcio, nei suoi portamenti. Si ricorda il lettore, che l'avevamo lasciato in refettorio, a fantasticare sopra un
dipinto? Ebbene; egli non aveva voluto por tempo in mezzo, e sin dall'indomani era tornato alla palazzina. Trovata Bianca che scerpava erbe sotto il pergolato, e ne dava ad un agnellino nato di fresco;
s'era fermato a guardare la fanciulla e l'animaletto vezzoso, che ora le saltellava attorno; ora spiccava corse, sprigionando un'allegrezza tenuta dentro a fatica; ora ruzzolava in un fossato: e Bianca
sorrideva. Appena vide il frate, la giovinetta si fece ad incontrarlo; e rifatta la storia del baciamano, gli diede notizie della famiglia, di che egli si rallegrò e disse:
«Bianca, tu mi sembri più contenta, o almeno quella tua tetraggine, si è risolta in una malinconia dolce, che se ti fiderai di me diventerà allegrezza. «E di chi dovrei fidarmi più?--rispose la fanciulla:--ho pensato tutta la notte a quelle cose che mi disse ieri; e l'idea del monastero, me l'ho quasi levata dal cuore.
«Ah!... quello era il mal passo! E dire che una volta messo il piede innanzi non lo si può più ritrarre! Gli è come a sposarsi; cari o no, son nodi che stretti una volta, la sola morte può sciorli...
«Oh sì...!--sclamò Bianca ponendo sè colla mente in ben altro campo, che non era quello in cui il frate la voleva tenere; ma egli accorto le troncò la parola, e riprese: «Sì! sì! sì! tu dici, ma non sai nulla. Voi giovinette, a udirvi, conoscete il mondo più d'ogni vecchio...! E poi...; che sai tu? neanco
la storia di quel nome, che ieri non mi volesti dire, e che adesso io so assai bene...; e ti debbo dire che, l'ira nobilissima da cui fosti presa udendomi chiamar indegno colui..., era mal consigliata da un
affetto malissimo posto...!» Questo dire sicuro e solenne, prostrò l'animo di Bianca, la quale a prima giunta pareva volersi levare a nuova difese. «Padre--rispose essa chinando il capo, e poco dopo alzando gli occhi a lui, nell'atto in cui vediamo dipinte le sante sofferenti estasi dolorose:--io non so chi le abbia detto quel nome; io sono una povera creatura che diventerà scema; e non so che una cosa. Da un mese in qua
mi si è oscurato il cuore; mi par d'essere in fondo a un abisso; a momenti m'agguanterei, per uscirne, a ferri infuocati; a momenti vorrei starvi per sempre, nè rivedere più il mondo, nè me stessa...! «E di Giuliano... di questo giovane cui pare abbiano dato il nome dell'apostata sin dal sacro fonte, presaghi di quello che sarebbe diventato...; di questo Giuliano che legge libri proibiti, che non va
in chiesa, non fa la pasqua, oltraggia i ministri dell'altare; e deve essere scritto a qualcuna di quelle Società, in cui si beve sangue facendo il patto; e s'impara il segreto infernale di mutarsi in qualunque bestia per far malefici; e si giura morte ai sacerdoti e a
Dio: di questo Giuliano, tu non le sapevi le belle cose che io ti dico, coll'anima che mi trema dentro, e colle labbra scottate dalle parole che mi paiono carboni accesi?»
A questo segno e senza quasi addarsene, il frate si trovava colle braccia aperte, la persona curva, l'occhio intento su Bianca; la quale vinta a poco a poco, s'era lasciata cadere ginocchioni atterrita; e teneva il viso alto, sicchè la barba di lui le ondeggiava sul collo e sul seno. L'agnellino li guardava coll'occhio stupefatto
dell'innocenza; e pareva un simbolo, in un quadro dove fosse dipinto un esorcismo. Oh! che pallidezza! che cuore era quello di Bianca! D'amare Giuliano, non s'era confidata mai, salvo che a Don Marco, alla signora Maddalena, e alla zia Maria: ora il frate, come aveva saputo quel nome, e come i segreti del giovane, gli orribili segreti, che erano
per essa più che la scoperta d'un cadavere di lebbroso, nel sito ove credeva nascosto un tesoro? «Alzati, va e piangi! le disse il padre Anacleto;--piangi che il Signore lo vuole; ed io pregherò che ti perdoni d'aver amato un empio;
e pregalo tu pure per lui come faresti per un'anima del purgatorio. Domani tornerò.» E con passo spedito s'allontanò e disparve. «Dio della misericordia!--sclamò la fanciulla--pigliatemi, pigliatemi che al mondo non ci faccio più nulla! O Giuliano, e che ci venivate a fare in chiesa, se avete giurato morte a Dio e ai sacerdoti...? L'avessi saputo, e mi sarei nascosta fin nei sepolcri, piuttosto che
guardarvi...! Eppure..., egli mi pareva più buono di quel bell'angelo dipinto sopra l'altare, col fanciullo per mano che fugge al pesce mostruoso.... Somigliare a quell'angelo, e sprezzar Dio...!»--Qui sentendosi lambire la mano dall'agnellino, gli prese la testa, e
parlando all'animale innocente;--mi uccidono, mi uccidono--diceva--come faranno a te, e nessuno dirà, povera Bianca!» Non potè piangere, ma lentamente si rimise a vagare su e giù; mentre il signor Fedele che aveva visto ogni cosa dal buco d'una impannata,
la guardava e gioiva. Il padre Anacleto tornò l'indimani, e il giorno appresso, e l'altro e l'altro; coll'accorgimento d'un medico di villaggio, che sappia farsi vedere in tempo acconcio dall'ammalato. Gli bastava una parola, un'occhiata a sapere l'animo di Bianca; ed era lieto di sè, perchè gli pareva d'averla, in meno che non credeva, tirata alla riva, donde
rivolta addietro, avrebbe poi veduto l'acque pericolose, in cui senza lui sarebbe affogata. Al quinto giorno, proprio quello in cui, se non avvenivano in C... le cose narrate qui sopra, si incontrava con Don Marco nella palazzina
del signor Fedele; egli ed il leguleio stavano a consigliarsi l'un l'altro; ancora sotto quel pergolato di cui il lettore può essere sazio, ma che per essi era una delizia. Avevano almeno dieci volte preso a parlare di Bianca; ma il discorso uscendo di carreggiata, li portava sull'argomento della guerra, e della spedizione, vista da essi moversi e tornare in quella guisa vergognosa. Parlavano e sentenziavano ora da uomini di grand'animo, ora facendo lor conti da femminette paurose; e mentre il signor Fedele diceva che quello di cui più si sentiva afflitto, era il non saper nulla del barone; gli seguì un caso maraviglioso. Davano appunto di
volta in capo al pergolato, col nome dell'Alemanno in sulle labbra; e videro venire di buona gamba il procaccio di C..., il quale teneva in una mano una lettera, nell'altra il cappello che si era tolto di sul capo, appena giunto in vista ad essi due. Costui baciò il cordone al frate, inchinò tre volte il signor Fedele; poi mostrandosi affannato più che non fosse davvero, disse a quest'ultimo:
«Signoria, don Marco mi manda con questa lettera; ho fatto come il vento, ed eccomi, fui qui in uno sbadiglio di gallo... «Don Marco! pensò tra sè il frate, mentre l'altro leggeva la lettera;--o che vuole don Marco...?
Glielo chiarì il signor Fedele ponendogli sotto gli occhi il foglio; e gridando al procaccio: «Corri, va, e dì a don Marco che volo; corri, sei qui ancora, lumacone?...» Il pover'uomo spinto da lui ripartì; forse pensando da chi avrebbe toccata la mercede di quella sua fatica; chè quanto al signor Fedele non buscarla subito, voleva dire non
buscarla mai più; piacendo al leguleio d'essere stimato, in queste cose, uomo di corta memoria. La mancia l'avrà avuta da don Marco; il biglietto del quale, diceva alla lesta, com'egli avesse in casa il barone, ferito malamente; corresse a vederlo, che il poveretto non voleva altri che lui! «Sono segni del cielo! Corri tu pure,--disse il frate al signor Fedele--e trova modo di portar qua il barone... Chi sa? La compassione
può dare l'ultimo ajuto a movere l'animo di Bianca... va.» In quattro passi il signor Fedele fu in casa; in altri quattro tornò sul prato con panni da gentiluomo indosso: e stretta la mano al frate e dettogli che alle donne aveva nascosto il perchè della sua andata al borgo; rimasero che questi sarebbe stato attorno alla fanciulla, per disporla a quelle accoglienze ch'essa doveva usare al barone; dove per
buona sorte lo si fosse potuto trasportare alla palazzina. Con questo l'uno partì, e l'altro salì dalle signore. Bianca e Margherita lavoravano di cucito, vicine alla zia Maria; cui la gioia di riaverle, come essa diceva, sotto gli occhi, dava nel viso una bella rallegratura. La minorella era gaia, e Bianca silenziosa:
dire che non fosse mesta sarebbe troppa bugia, ma un po' più serena la pareva davvero; e se n'era accorta sin la cieca, la quale diceva di conoscerla al colore del viso, ma in verità l'argomentava dai sospiri di lei meno frequenti.
Il frate si mescolò alla buona nei loro discorsi; e studiando di farsi posto in questi, per la faccenda che voleva dare a capire; guardava traverso la finestra, le belle ruine del castello di C... le quali si
vedevano dalla sala assai bene. «Che guarda, signor padre? uscì a dire Margherita, che vispa com'era aveva gli occhi su tutto, e usava colle persone un ultimo avanzo di dimestichezza infantile.
«Io guardo,--rispondeva egli, trovando da maestro quel che gli bisognava, senza togliere l'occhio dalla bella vista in cui pareva assorto--io guardo quei comignoli laggiù del castello, e penso che
darei un anno della mia vita, per poter vedere, non fosse che un'ora, il castello, i baroni, il popolo del borgo e tutte le cose, com'erano, per esempio, seicent'anni or sono...; quando le castellane vivevano da sante, e i cavalieri andavano e tornavano di Palestina, pieni di fede,
carichi d'armi, a conquistare il Santo Sepolcro e il regno dei cieli... «Oh!... e come si possono sapere codeste cose?--chiese Margherita, che sempre aveva preso diletto a farsi narrare favole e leggende.
«Dai libri,--rispose il padre Anacleto;--ma sono libri latini, che non tutti li sanno leggere...» «Ci racconti qualcosa lei, ci racconti...» entrò a dire damigella Maria. «Sì, sì--padre, racconti:--incalzava Margherita. Bianca taceva; ed egli con quell'aria che sanno pigliare anche i più volgari favolatori, cominciò a narrare. «Fra i tanti fatti che si hanno dai libri di cui vi parlo, ne ricordo
uno bellissimo, seguito proprio in quei tempi, che il nostro San Francesco capitò quassù a fondare il convento, dove noi siamo. Che felicità, nevvero, se vi fossimo stati anche noi? Ebbene, si diceva in quel tempo, che nelle montagne là verso il mare, (vedete? da quella parte dove si leva il sole in questa stagione); si diceva che in una
rupe cavernosa avesse vissuto una famigliuola, di cui niuno sapeva bene come vi fosse venuta. Io quella caverna l'ho veduta, ed è su per giù dell'ampiezza di mezza questa sala. Abitavano là dentro marito e moglie, colla benedizione di due bei fanciulli: il padre lavorava a far carbone; la madre a filare lana e a far camicciole; i bambini a
cercare nidiate nelle selve, finchè fatti grandicelli poterono aiutare il babbo nel faticoso mestiere. E recavano sulle loro spalle sacca di carbone alla città di Savona; la quale come avete inteso a dire è in riva alla marina, lontana dalle montagne dov'è la caverna parecchie
miglia. Partivano alla punta del giorno, tornavano la sera, e non si stancavano mai. Una fra le tante volte che v'andarono soli, dice, che vennero carichi di balocchi, e senza quattrini, e quei balocchi erano pugnali, spade, elmi rugginosi che valevano un fico. «Il babbo, sì che gli avrà sgridati!» disse Margherita, cui pareva di
veder i fanciulli, l'armi, la caverna, ogni cosa. «Che! neanco per sogno! Anzi, fuori di sè dall'allegrezza, e stringendo la moglie al petto: «Adelasia,--sclamò--Adelasia! il sangue
nostro, parla ai nostri figli dei loro avi e di noi....» Una vecchierella, la quale praticava in quella grotta, intese queste parole; le ridisse maravigliata ad un'amica, l'amica se ne confidò ad
un'altra, e via... via, ne venne a sapere tutta la montagna, insino a Savona. In quel torno venne l'imperatore d'Alemagna con grande esercito, a guerreggiare contro i Saraceni in questi monti; ponete come fosse ora, che abbiamo gli Alemanni a scamparci dai Francesi, i quali sono peggiori di tutti i Saraceni del mondo. Ebbene, dice, che
quelle parole, quel nome d'Adelasia, giunsero all'orecchio del potentissimo sovrano, che volle vedere la donna, il marito e i fanciulli, e..., indovinate un po'...? La donna era la figlia
dell'imperatore; l'uomo era Aleramo, che se l'aveva portata via dalla corte molti anni prima! Povero cavaliero, amato da lei, non la potendo sposare, l'aveva rapita; e penando chi sa quanto, erano venuti dell'Alemagna sui nostri monti, a passarvi quella misera vita.
«Oh! E poi padre, e poi? chiese Margherita vedendo il frate far pausa; racconti racconti ancora.... «No no,--egli rispose--non racconto più, perchè Bianca non istà
attenta.... «Oh sì!--disse Bianca io l'ascolto.... «L'imperatore--proseguì il frate--roso da lunghi rancori contro il rapitore della figlia, che cosa doveva fare? La credeva morta da gran pezzo; rivederla fu per lui come un miracolo. Non so dire quanto
penasse a perdonare lei e il marito, ma perdonò; e ad Aleramo diede in feudo il paese bagnato dalla Bormida, e da non saprei che altri torrenti. Alla grotta che dicevamo, rimase il nome d'Adelasia; e dovreste visitarla un qualche giorno, che il babbo sia contento di
voi. Vi si arriva in quattr'ore.... «Ma e San Francesco?» tornò a chiedere Margherita, che rimasta coll'ago in aria, non si poteva saziare di quei racconti. E il frate, sempre cogli occhi in Bianca, la quale non aveva mai
smesso di cucire, ma a certi punti della narrazione, s'era o abbuiata o rischiarata in viso, ripigliò: «Lascia che respiri, santa pazienza! La stirpe d'Aleramo crebbe, e piantò castelli e torri per tutto, in queste valli; e della storia d'Adelasia durò la diceria per secoli. Tutte le castellane, venute col tempo dalla sua schiatta, furono devote alla sua memoria, come a quella d'una santa. La imitavano in tutto; volevano somigliare a lei
in tutto; massime in quel punto d'innamorarsi di chi loro piaceva. Ora accadde che una di queste, figlia del marchese di C... aveva preso a voler bene ad un poveraccio, il quale d'armi e di cavalleria ne sapeva
quanto ne so io, frate pacifico. E non c'era santi a farle sposare un barone, che aveva castelli e vassalli, e che la voleva, sto per dire, viva o morta. Il padre della zitella si prese termine d'un anno e un giorno; e pregò lui d'andare in Terra Santa, a procacciarsi onori e meriti in faccia a Dio. Egli intanto si sarebbe adoperato a consigliare la figliuola, e alla fine le nozze si sarebbero fatte. Il
cavaliero partì lasciandosi addietro il cuore: e fu in Palestina dove degli infedeli ne uccise tanti, che i menestrelli lo onoravano colle loro canzoni, sotto le tende dei più gran principi della cristianità, ch'erano alla crociata. Ma..., (qui entra di mezzo S. Francesco) la zitella non voleva saperne delle cento storie che il padre le andava raccontando ogni giorno: questi la pregava, la minacciava, la teneva chiusa. Che! veniva a dir niente. Appunto di que' giorni capitò S.
Francesco, e il marchese si raccomandò a lui. Date retta che il bello viene adesso. Un dì il Santo stava colla giovane addolorata castellanina, lassù in una di quelle sale, che ora non sono più che ruine; ed essa gli narrava le sue miserie, ed egli le parlava come sapeva parlare un santo pari suo. Le parlava di quel cavaliere, che
per amore di lei era lontano a combattere e a patire. La giovinetta, essendo come tutte le fanciulle bennate, molto pietosa, ascoltava il Santo, e si sentiva rimordere delle fatiche e delle pene, alle quali stava per cagion sua, quel valoroso barone. E già era vicina a
piangere; quando a un tratto, facendosi in vista come fosse stato in mezzo ad una battaglia, il Santo proruppe: «in questo momento, cade il prode dal suo cavallo e gli infedeli gli sono sopra per trafigerlo con cento lame.» Signore Signore...!» Un grido della fanciulla che pareva
smarrirsi, richiamò il Santo dalla sua visione; «o Dio, aveva sclamato essa, Salvatelo! Salvatelo! e sarò sua sposa!» Questo era un voto fatto col cuore: e la fanciulla stette settimane e mesi, ad una delle tante finestre che vediamo lassù, ornate di quelle colonnine di marmo bianco; ad aspettare come in penitenza, sperando che qualcuno venisse
di Terra Santa, a recar novelle del cavaliero. E questo qualcuno venne, ma chi era? Il cavaliero in persona, che tornava colle ferite appena chiuse; e le aveva toccate proprio in quel momento, che San Francesco, per virtù divina, aveva avuta quella visione. Spirava appunto il termine d'un anno e un giorno dalla partenza: e di là ad alcune settimane, fu nel castello un gran torneo; e i banchetti e i
festini non ve li so dire; tutto in onore della sposa e del cavaliero valoroso e pio. La storia non dice che S. Francesco fosse al convito; già noi poveri frati facciamo il bene, poi ci tiriamo in disparte: dunque il santo non vi sarà stato. Vi piace?»
Damigella Maria accennò col capo; ma il frate che non aveva raccontato per lei, non le badò. Gli pareva d'aver trovato così bene il filo di cui aveva mestieri: Bianca s'era fatta ascoltando, sto per dire, così trasparente; egli aveva potuto leggerle così chiari in viso, i confronti che essa faceva di sè con quella castellana favolosa, e la
sua secreta e mesta compiacenza in tanta somiglianza di casi: che lietissimo dell'opera propria, neanco s'accorse di Margherita, la quale insaziabile lo pregava a tirare innanzi, come se il racconto non fosse flnito. «Dio mi ha proprio ispirato!--pensava,--chi avrebbe potuto disporla meglio? Essa non ha più bisogno che d'un tratto; e se Fedele mena quaggiù il barone, la cosa è fatta!» E il barone giaceva in casa a Don Marco, il quale nell'ufficio pietoso di quella mattinata, s'era imbattuto in lui fra i feriti. Pensando al
gran bene che avrebbe potuto fare, avendolo in casa; il buon prete gli aveva profferta l'ospitalità, ed egli non s'era fatto pregare, perchè sapeva come Don Marco stesse di casa vicino a Bianca. Stupito di non vedere il signor Fedele, non aveva osato chiederne; ma l'andarsi a porre discosto due passi da lui, gli pareva la miglior ventura che gli potesse incontrare. Il prete, dal canto suo, era contento, perchè
sperava di pigliare dimestichezza con quel soldato; cagione di tanti dolori a Bianca, alla signora Maddalena, e chi sa di quali guai a Giuliano: il quale viveva lungi, accarezzando vane speranze, come colui che innaffia una pianta morta, ingannato dalle poche foglie di cui verdeggierà ancora per breve tempo. «Io avrò agio di parlargli, di supplicarlo a dimenticare quella poveretta: a far sacrificio del suo amore, per la felicità di due
creature, che s'amavano prima che egli venisse quassù. Gli dirò che non gli sta bene lasciare memoria di sè come d'una bufera, passata a schiantare gli alberi più gentili. Gli chiederò se nessuna donna piange nelle sue contrade per lui; talvolta i soldati hanno spirito di cavalieri antichi, si commoverà, vedrà il bene che può fare; pregherò
tanto che mi darà ascolto.» Con questi pensieri, conduceva, usando gran diligenza, il ferito; il quale camminava da sè, pur reggendosi a lui e ad un vecchio servitore, che aveva menato seco dall'Alemagna. Questi tirava per le briglie il cavallo, su cui il padrone tribolando molto, era venuto pei monti, dal campo di Loano, dove aveva toccata la ferita; e il povero animale
teneva dietro, a testa bassa, quasi umiliato di non averlo più in sella. Legato ad un arpione dell'uscio da via, rimase a guardarlo mentre saliva la scala, e gli mandò dietro un sommesso nitrito. Come furono dentro, il servitore vedendo la prima stanza affatto disadorna, arricciò il naso. Un lettuccio da sedervi sopra, perdeva l'imbottitura per gli strappi del marocchino; e gli ridestò l'immagine dei cavalli visti di fresco sui campi, colle entragne uscenti dalle
pance squarciate. Nella stanza del terrazzino dov'era il letto di Don Marco, aggrottò le ciglia: e questi che se n'avvide, pensando che il servitore avesse notato nel barone qualche segno di ripugnanza a quella povertà, disse tra sè: «Pazienza! Ma che ci posso fare se io non sono nè un vescovo nè un parroco ricco...?» E quasi si pentiva d'aver fatto quel passo; ma subito si consolò vedendo il barone porsi a giacere come su d'un letto d'amici. Allora si provò a parlargli
della ferita, che era tempo di rivederla; profferse ristoro di cibo e di bevanda; ma ebbe un bel dire; l'altro non voleva nulla. A udirlo la sua ferita non gli dava noia, non chiedeva che d'essere lasciato in pace. A un tratto volti gli occhi al terrazzino, chiese a Don Marco:
«Quella casa là, è del signor Fedele, nevvero? «Sì, rispose il prete, abbuiando in viso. «Ci sarebbe modo d'averne nuove? «Non è in borgo» disse Don Marco, mettendosi più sul riservato. Il barone tacque un istante, che parve assopirsi: poi levandosi sul gomito ripigliò risoluto:
«Ah! voleva pur dirlo che, forse non era nel borgo. Don Marco, m'usi questa cortesia, faccia chiamare il signor Fedele, o io anderò da me a trovarlo dov'è.» Il prete alzò gli occhi al cielo, quasi per dire addio alle speranze
fallaci, concepite poco prima; gli parve di non meritare l'amarezza di quel che le circostanze gli davano a fare: e scrisse quel biglietto, che spacciato al signor Fedele, fece correre costui dalla villa al borgo, più presto che il barone stesso non avrebbe creduto. Questi, a vederlo apparire sulla soglia della camera, balenò in quei suoi grandi occhi verdastri, d'una gioia ineffabile: e sebbene negli
abbracciamenti il signor Fedele lo urtasse col petto proprio nella ferita, non fece cenno di dolore; ma quando si vide lasciato solo con lui, quasi continuando la dimanda che gli aveva fatta, il giorno in
cui era partito pei campi della riviera, gli chiese: «e Bianca? «Bianca?--riprese il signor Fedele--Bianca, non dico nulla, la vedrà. Alla lesta; se la sente di far un altro po' di via? Alla villa ci si aspetta.... ci aspettano tutti colle braccia aperte....
«Oh!--sclamò l'Alemanno--un ferito in casa...! Si recano tante molestie.... «Molestie? In casa mia niuno sa che voglia dire questa parola. Alla lesta, ripeto, si tenga pronto, io torno in dieci minuti con una lettiga...
«Ma... no...--disse il barone pigliando la mano di lui per rattenerlo;--sono venuto a cavallo sin qua.... ma se mi concedesse di guarirmi in casa a questo buon prete..... «Storie! Non parliamone più....»
Il signor Fedele chiamò Don Marco; il ferito levatosi in piedi ringraziò dell'ospitalità avuta, e il prete mesto e quasi umiliato stette, a vederli discendere, in capo alla scala. Poi quando furono fuori, tornò nella sua camera e sclamò: «È finita, Giuliano! Bianca sarà sua!» Sedè, si pose gomitoni sul tavolino, chinò il capo e
pianse. Intanto gli altri s'avviavano lentamente alla villa, dove il padre Anacleto stava colle donne, stringendo i panni addosso alla povera Bianca. Egli s'era affacciato forse la quinta volta, a vedere se il
signor Fedele tornasse; quando lungi un trar di schioppo apparve la comitiva, tra le siepi di bianco spino, che facevano riparo ai campi, dove il grano vegeto di molto, mosso da un'aura dolce di primavera, ondeggiava come quei laghetti che sovente incontra di vedere, a chi
cammina sulle Alpi. Il frate chiamò alla finestra Bianca, la quale fu sollecita a correre; e additandole da quella parte, le disse: «Parlavamo testè della castellana e del cavaliero ferito in Palestina: chi ci avrebbe detto che uno ve n'era tra via, cui manca una madre, una sorella, una consolatrice; e fu ferito per nostra difesa...?»
A queste parole Margherita discese sull'aia; la zia cieca fece atto di levarsi da sedere; ma ripigliato il suo posto, annuvolò come chi ha ombra di qualche cosa. Bianca s'era sentita a prima giunta, rappiporire la vita; poi in quelle cose che aveva intese, e in queste altre che vedeva pur allora, le parve che qualcosa di miracoloso ci fosse. Padre Anacleto, da uomo avvisato molto, le bisbigliò che bisognava fare, come la castellana,
buon viso a chi soffriva; perchè la carità era la corona delle altre virtù. La povera fanciulla si mosse, si rattenne, tornò a moversi; allora egli la prese per la mano, e dicendole dolcemente: «andiamo»
discese con essa. Quale fu lo stupore del signor Fedele, quando vide Bianca venir oltre col frate; quella Bianca ch'egli temeva d'avere a scovare chi sa da qual buco, arrivando coll'Alemanno! Si sentì addosso quella gioia che fa fare ai fanciulli le capriole; e gli crebbe la forza per modo, che bastò da sè ad aiutare il barone a smontare da cavallo. Questi dal gran turbamento, si sentiva mancare, e penava a reggersi quei pochi passi: di che il signor Fedele pigliandolo a bracetto, accennò al
servitore di tenersi più accosto. Quel frate che veniva incontro a quel soldato ferito; quel vecchio che menava il cavallo a cavezza; facevano un vedere assai pittoresco: ma l'occhio d'uno spettatore
gentile, sarebbe rimasto fisso su Bianca, la quale tenendo nella sua la mano di Margherita; tinta d'un rossore leggerissimo in viso, stava sul ciglio dell'aia, dinanzi la palazzina; e pareva davvero una delle donzelle dei tempi antichi, nel punto che a piè del castello paterno
accoglievano il corteo, venuto d'un altro feudo, a chiederle spose. L'Alemanno si scoperse il capo, e fece un passo verso di lei, per chiederle scusa d'aver tanto osato; ma come colui che giunto su d'una vetta altissima veda il mare improvviso, ed esclama «infinito!» così
egli sclamò: «Bianca!» poi tra pel patimento e pel travaglio del cuore, non vide più che un gran buio, vacillò e svenne. Felice se in quel momento avesse inteso il grido sfuggito alla fanciulla; chè sebbene fosse di pietà, l'avrebbe creduto d'amore: ma bisognò portarlo sulle braccia nella palazzina, e come corpo morto fu deposto sul letto
del signor Fedele. Durò in quello stato, che nulla giovò spruzzarlo d'acqua o dargli aceto a fiutare, quanto padre Anacleto ebbe tempo d'andare al convento, e tornarne accompagnato da un laico; il quale recava un cestellino pieno di bende e di barattoli, che pareva un barbiere.
Messosi all'opera in pochi momenti ebbe sfasciato il braccio all'Alemanno, e si vide la ferita sopra il gomito, che pareva una zannata di tigre. Il signor Fedele nascose il viso tra le mani, per non dar degli occhi in quella piaga; e al colore delle carni e al sito che cominciavano a mandare, il frate rimase sgomento. L'Alemanno guardava tranquillo; e i figli del cascinaio, che correvano dalla camera alla sala per quel che bisognava; dicevano alle fanciulle intente a far filacciche, lo spettacolo compassionevole della ferita.
Esse tenendo a fatica i singhiozzi, chiedevano alla zia, qual santo si suolesse pregare, in simili casi. «San Lazzaro, San Bastiano, tutti i Santi! ma lasciatemi in pace!» rispondeva la cieca: e le fanciulle, massime Bianca, tacevano
intimorite. Essa cominciava a raccapezzarcisi, in quella faccenda: e mentre era donna da aver compassione d'un moscerino, per quello straniero tribolato non provava punto pietà. Mezz'ora di poi, il barone medicato, lasciato solo a riposare nella quieta oscurità di quella camera, pensava alla sua casa, al mestiere travaglioso dell'armi; e facendo proposito di smetterlo a guerra
finita, si poneva a piene vele nei lunghi anni di amore e di pace, che avrebbe vissuti con Bianca. Porgeva orecchio al bisbiglio che veniva dalla sala, e si studiava di
scernere la voce di lei. Là il signor Fedele, lieto come un bambino alla mammella, fantasticava sopra l'Impero d'Alemagna, che quasi gli pareva d'averlo in casa: il padre Anacleto si pavoneggiava, guardato
da Bianca reverente e pensosa: Margherita vicina alla zia pigliava da lei la malinconia taciturna: e di fuori s'udiva il cascinaio, il quale ammaestrato dal servitore, governava il cavallo del barone; con un occhio alla bestia, e l'altro allo scudiscio, che il vecchio teneva in mano. CAPITOLO X.
Staccia buratta, dal convento alla palazzina del signor Fedele, e da questa al convento, siamo lì, direbbe un marinaio genovese, sempre di faccia a Pegli. Ma quello che non posso pigliar di spazio, piglierò di tempo; per dire, che in capo a quindici giorni, ognuno in quella casa,
aveva intera nel viso e nei portamenti, l'impressione dell'animo in cui s'era sentito all'arrivo dell'Alemanno.
Al signor Fedele, s'era fatta una cera di trionfo; non vedeva più che Bianca, la portava in palmo di mano, era il suo occhio dritto. Damigella Maria e Margherita parevano la istoria dell'olmo e della vite; e stavano sole la meglio parte del giorno, scansando con ogni
cura il padre Anacleto. La cieca aombrava più sempre, dell'avviamento che pigliavano le cose; si coricava la sera disegnando per l'indomani di dire tutto il suo cuore; ma poi taceva dalla tema di ridestare le collere del cognato; di far nascere qualche diceria sul conto della nipote; e confidando nel senno di questa, tirava innanzi. Il frate veniva sin due volte ogni giorno, e soleva passare di lunghe ore, o vicino a Bianca o al letto dell'Alemanno; il quale aveva cominciato a
migliorare tanto che presto si sarebbe sentito risanato. E Bianca? Riacquistato l'affetto del padre, non s'accorgeva di nulla, neanco dei mutamenti avvenuti in sè stessa. La solitudine patita per castigo, nei giorni andati, adesso la cercava da sè. In quell'ore solitarie le accadeva sovente di trovarsi, non sapeva nè a che nè come, vicino all'uscio dell'Alemanno; e là origliando i discorsi piacevoli del frate o del proprio padre, gioiva; e le pareva strano,
ma delle tre, la voce del ferito le cercava il cuore più dolcemente. Pensava all'Alemagna lontana, ch'essa non sapeva immaginarsi diversa da quella vallicella e da quei monti, che aveva sempre veduti intorno
a sè. Le città, le grandi vie, i giardini di cui udiva parlare, non potevano essere più che le vie di C.... prolungate; non più che orti come quello del convento, forse un po' meno foresti; la casa del barone poi, se la figurava come quella dei marchesi di C..., tutta sale e gallerie da trovarvisi spauriti. Egli parlava dei suoi, e più
della propria madre, dando a capire come fosse di grande stato: e Bianca sentiva pietà di quella donna lontana; e come un lampo, che guizzando lascia nell'occhio una traccia luminosa, le passava dinanzi
l'imagine della signora Maddalena. Già, tutte le madri sono donne di una certa età, quali più quali meno, ma tutte un po' meste; e la fanciulla s'accostumava a confondere quella dell'Alemanno con quella di Giuliano. A questo poi non pensava più, se non come ad un peccato di cui avesse fatta la confessione, e ne fosse stata assolta con qualche rabbuffo. Se alle volte l'immagine di lui si veniva a porre in mezzo a' suoi pensieri, essa penava prima di poterla scacciare; ma se
ne confidava al padre Anacleto, il quale la tirava su da quelle corte cadute, e la rimetteva in via benedetta. Le ore che passava col frate l'accostumarono alla sua compagnia; nè l'avrebbe pensato mai, ma una volta ch'egli non comparve, capì che di lui non poteva fare a meno, per difendersi dalle memorie pure e dolcissime, d'altri tempi ancor
freschi. Come mai non compariva, egli puntuale sempre come un oriolo, a venire, dopo aver detto messa? Che al padre guardiano fosse paruta soverchia la frequenza di lui in quella palazzina, o gli avesse
vietato di tornarvi? Bianca cominciava a formare congetture e a spazientirsi, s'affacciava ogni tantino a vedere se spuntasse da qualche parte, si provava a farlo partire colla fantasia ora dalla
cella, ora dalla sagrestia; l'accompagnava contandone i passi, «eccolo--diceva--dovrebbe esser qui,» tornava ad affacciarsi...., nulla. Allora ripigliava il suo lavoro, stizzita. Un giorno essa era sola nella sala; il signor Fedele s'era recato al
borgo per sue faccende: damigella Maria e Margherita, essendo assai di mattino, non erano per anco venute fuori della loro camera; ed essa poteva pensare, sospirare, piangere a suo talento, che nessuno
l'avrebbe turbata. Sfaldava tela, sebbene in tutti quei giorni, delle filacciche ne avesse fatte tante da bastare ad una intera coorte di feriti; e si sarebbe detto che non pensasse, come alla fine dovesse pur venire un giorno, in cui l'ospite non avrebbe più avuto mestieri
di quelle robe. E sì che sapeva come egli, da un par di giorni, cominciasse a vestirsi, e stesse in camera coll'agonia di poter fare due passi all'aperto! In uno di quei momenti in cui stanca d'affacciarsi invano, pensava al rimprovero da farsi al padre Anacleto, un fruscio, come di sandali, le si fece sentire alle spalle; ed essa levandosi ritta, nell'atto di volgersi a chi veniva, sclamò: «bravo, il padre Anacleto!» ma
facendosi nel volto di fuoco, poi come un panno lavato, chinò gli occhi quasi persona colta in fallo, e giunse le mani tremando. L'Alemanno, pallido, col braccio sorretto da una fascia annodata sul
collo, severo e quasi bello, sebbene paresse intimorito, con voce impressa di gentilezza e d'affetto, le disse: «Ed io?.... Io le fo paura? Veggo che ho osato troppo.... Ma, o
Bianca, se m'avesse visto qua dentro in questi giorni....! Essere in casa sua, sapere che era sempre lì a due passi...., mia fidanzata...., e non vederla....! Ora..., l'ho intesa sospirare, son venuto per dirle
che io non posso più reggere..., e veggo che le ho fatto paura...» «Oh no paura...! credeva fosse il padre Anacleto...» rispose Bianca cogli occhi bassi e colla voce tremante.
«Ebbene--ripiglio l'Alemanno--sono io..., sono io qui, per dirle quello che sa, ma che non ho potuto dirle mai da me..., l'amo, e le chieggo una grazia, quella di dirmi il giorno delle nostre nozze...» Essa che già era confusa e quasi smarrita, udì queste parole, come fosse stata a camminare sul ciglio d'una rupe altissima, e un impeto di vento l'avesse investita, in punto di mettere un piede nel vuoto. Diede uno sguardo intorno a sè; e il suo pensiero urtò per tutto.
L'empio che aveva amato riputandolo un angelo; il frate che si era adoperato a salvarle l'anima; la memoria dei trattamenti paterni del mese addietro; tutto le turbinò in giro, togliendole la vista d'ogni varco a scampare: e alzati un poco gli occhi in viso all'Alemanno, vedendolo in certa guisa abbellito dallo struggimento, aperse le labbra e le venne detto:
«Bisognerà sentire mio padre... «Oh! benedetta la mia vita! Voi Bianca verrete a far meravigliare le donne delle mie contrade, comparendo un momento in mezzo ad esse! Un momento solo..., poi torneremo quassù, e vi farò signora di tutto quel che vi parrà bello...! Io farò vostro quel castello, che vedeva là dal
mio letto, e in questi giorni lo riedificai colla fantasia mille volte...! E lo riedificherò per voi davvero..., vi chiameranno la castellana, ed io sarò l'uomo più felice di questa terra...! Dov'è vostro padre? «Non è in casa... rispose a fatica Bianca.
«Non è in casa?--sclamò l'Alemanno turbato; poi sentendo dar giù quel bollore dell'animo, proseguì umiliato: «allora.... perdonatemi.... mi perdoni, Bianca, io non lo sapeva...»
E salutando modestamente, lasciò lei che non mosse; discese le scale, uscì dalla palazzina, e aprendo il petto a quell'aria pura del mattino, non più respirata da lunga pezza, temprò un poco quella sorta
di sgomento in cui era caduto. «O bei colli--sclamò--patria mia dell'avvenire, io vorrei baciare ogni vostra zolla! Ma essa..., che dirà di me...? Penserà che io stetti in agguato per coglierla sola?»
Questo pensiero gli fece scottare la terra sotto le piante; vagò senza badare per dove; e alla fine s'abbandonò a piè d'un filare d'avellani, forse a un trar di mano dalla palazzina.
La fanciulla, rimasta un tratto come persona che pena a destarsi; rinvenendo da quella sorta di stordimento, sentì qualcosa che poteva essere rimorso e sdegno dell'Alemanno, di sè, di tutto; ma udendo la
zia che entrava in sala, fuggì paurosa in punta di piedi; prese le scale, fu alla porta della cascinaia, la chiamò a bassa voce come per un brutto sotterfugio; e corse con essa difilata al convento.
«Bianca--diceva la cieca, mestissima nell'aspetto, venendo oltre per la sala, colle mani tese verso la parte dove la fanciulla soleva stare:--ho inteso... tutto... tu dunque lo sposerai? tu ci lascierai qui sole, e andrai tanto lontana, che neanco sapremo di te se sarai
viva o morta? Non ti ricordi di quel giorno, di don Marco, della signora Maddalena...? Oh tu singhiozzi...! tu non lo sposerai no, tuo padre non fisserà nessun giorno...! tu sei più mia che sua, nevvero? Vieni... vieni Margherita... (e porgeva la mano a questa che veniva dietro lentamente), vieni... preghiamola, povera Bianca... ti vogliono
ingannare... «O zia,--diceva Margherita--Bianca non v'è mica, non v'è... --Come!--esclamò damigella Maria, corrugando la fronte; e il petto le si affannò, la gola le si gonfiò di singhiozzi l'uno incalzato dall'altro, vacillò, si resse a Margherita, e tacque. In questo mezzo Bianca giungeva al convento. Sotto il portichetto, donde si godeva la bella vista dei pergolati, alcuni laici sedevano
sulla cassapanca colle mani in mano; di certo chiacchierando di pace e di guerra, che tale era di quei giorni l'oggetto d'ogni discorso. All'apparire di lei, forse si misero a parlare della sua bellezza, e ci avranno avuto il garbo, che avrebbe a suonar la cetra quell'animale, di cui ricorre il nome quando tra uomini si vuol dirsi ingiuria.
Come la giovinetta fu vicina a costoro, dimandolli del padre Anacleto, dove lo si potesse vedere; ed uno, il quale alla colatura di cera che aveva sulle maniche del saio pareva il sagrestano, pose lei e la cascinaia su di una viuzza che menava a trovarlo.
Bianca ringraziò appena, e si mise a camminare frettolosa, lasciando quei laici addietro a fare le congetture. Proprio bell'e in mezzo al bosco, vi era uno spianato erboso, sopra il quale i rami delle querce più antiche, erano infittiti per modo che non vi poteva raggio di sole. Sorgeva a quell'ombra una cappella modesta, quella se ci rammenta, a cui damigella Maria aveva fatto voto di venire di notte per ringraziarvi San Francesco, della pace
ricondottale in casa dal padre Anacleto. Il Santo era dipinto sul muro di quella cappella, a mani giunte dinanzi a un crocifisso, con a piè della croce un teschio e un libro, i cui fogli parevano assai bene
agitati dal vento. Due lagrime gli colavano per la guancia scarna, e le stigmate apparivano infiammate e sanguinose. La dipintura si vede ancora ai nostri dì, e durerebbe intatta, se molte scalcinature non
mostrassero che vi furono tratte schiopettate, a prova o a disprezzo. Quelle palle le tirarono i Francesi nel 1794, nè so come non sia stato detto che il piombo rimbalzando uccise i profanatori. Nella vallata lo si avrebbe creduto; e sarebbe rimasta fama di malurioso al luogo assai
bello. Il quale in un col convento minato, attende qualcuno che del mondo n'abbia assai; e venga a farne la sede di piaceri tranquilli; e ad allevarvi figliuoli, robusti come i nodi di quelle roveri solitarie, che videro il mio frate e la fanciulla che l'andava a trovare.
Egli pigliava il fresco, seduto su d'una delle pietre che giacevano a piè della cappelletta; e lavorava a formare di canne un arnese, da farne un presente al barone. Appena le due visitatrici l'ebbero veduto, la cascinaia, da donna esperta, rattenne il passo; lasciando
che Bianca andasse oltre da sè. Questa che non bramava di meglio, entrò sotto l'ombra delle querce, togliendosi la pezzuola che tra via s'aveva messa in capo; e il suo volto acceso dal caldo già forte a quell'ora, espresse subito il ristoro della freschezza che era là sotto. Alle pedate leggere, il frate alzò il capo, e visto lei che discosta pochi passi si peritava a venire innanzi; levossi in piedi e le si
fece incontro sorridendo: «Che miracolo--le disse--che tu, figliuola mia, sia venuta sin qua con questo sole? «Ci sarei venuta se anche avesse grandinato a baleni--rispose Bianca.--O perchè stamane non si è fatta vedere? «Eh! a casa tua ci verrò di rado d'ora in poi; tua zia si è fatta capire che non le vado più a genio...
«Mia zia...? Ma le sarà parso, padre... «Eh sì parso! E mi è parso che tiri dalla sua anche Margherita... Ma finchè avete in casa un uomo che soffre io ci verrò... Vedi? Stava appunto lavorando per lui quest'arnese, che è un'incannucciata da reggervi il braccio, quando uscirà a passeggiare... «Padre--disse Bianca chinando gli occhi, vergognosa di aver lasciato che il frate entrasse pel primo a parlare di colui, che in parte era la cagione di quella sua venuta,--egli è già uscito. «Ebbene? che c'è da farti rossa per questo? «Egli mi trovò sola, e mi chiese quale sarà il giorno che io
fisserò... «Per le nozze, nevvero? Oh! E tu chi sa che avrai risposto...? «Che bisognava parlare con babbo... «Saviamente risposto! Ma... quella castellanina di cui parlammo una volta, avrebbe avuto altro cuore.... E tu quando tuo babbo avrà
fissato il giorno; tu testolina, avrai viso di rispondere che non lo vuoi più... «Ma non ha visto padre, che gran signore egli è? Che dirò quando mi condurrà nella sua città, nel suo palazzo? E sua madre? Mi troverà
fatta troppo alla buona...; e poi no... io non voglio andare così lontano, voglio vedere sempre mia zia, mia sorella... «Ah sempliciona! E tu una volta pensavi di andar monaca, di quelle che
non escono più di monastero nè vive nè morte! Stai pure, che coll'amore si vince, e potremo tirare il tuo sposo a stabilirsi quassù da noi. «Per codesto, disse che comprerà tutta la vallata, o il castello; e che lo farà ricostruire per me...
«Vedi, vedi? Lascia fare a me, che dentr'oggi s'ha a a fissare ogni cosa... «Oh! padre... no così presto...
«Sta zitta: Tutta la valle sa che ti hai a sposare.... E se la guerra ce lo portasse via? Che si direbbe? Che t'ha piantata... Chi ha tempo
non aspetti. Tu sarai la prima dama del borgo; avrai fanciulle che ti serviranno come una regina; ti faranno priora della confraternita di Sant'Elisabetta; e quando sarai lassù nel tuo castello, a farti fresco col ventaglio, affacciata al balcone; e vedrai questo povero frate,
per l'erta, venire da te..., dirai: «Sarei stata pur sciocca a non dargli ascolto!» Ed io sarò contento, come fossi io stesso al tuo posto.» Bianca, ascoltando, fissava gli occhi nell'erba; e pareva le si dipingesse su quella, la scena di cui il frate parlava. A un tratto
essa uscì in queste parole, che suonarono come un ultimo squillo di tromba in mezzo alla sconfitta. «Ma egli è soldato.... «E gli faremo smettere il mestiere!--sclamò il frate impettito come chi ha superato l'ultimo riparo nemico:--gli faremo smettere il mestiere: s'intende nè oggi nè domani, ma quando lo potrà, colla stima dei gentiluomini suoi pari...
«Ma se venisse a sapere che io volli bene a quell'altro.... «E chi glie l'ha a dire....? «E il Signore m'avrà perdonata...? «Altro che perdonata!--interruppe il frate, prodigo di perdono, appunto (per continuare la similitudine) come il vincitore di cure al
vinto;--va in buona ventura..., anzi t'accompagnerò io stesso.... «Oh no!--pregò Bianca--ci venga più tardi: il barone potrebbe credere, che io sia venuta da lei a posta.... «E tu va... che io ti seguirò...» Bianca stette un altro poco, quasi avesse qualcosa ancora da dire; poi baciato quel benedetto cordone, che aveva avuti tanti suoi baci,
raggiunse la cascinaia rimasta sempre in disparte; e s'allontanarono, spedito com'erano venute, per un sentiero, che lasciando il convento a manca, metteva di là alla palazzina. Poichè le ebbe viste sparire, il padre Anacleto si volse a quel San Francesco della cappelletta, e dall'allegrezza gli parve di vedere il diavolo, vestito alla foggia del paese, fatto della persona su per giù
come quel Giuliano di D..., fuggire colle corna rotte e colla coda tra le gambe, più che se avesse avuto alle spalle una fiumana d'acqua benedetta. Si prostrò dinanzi all'immagine del Santo e proruppe. «O San Francesco, sia vostra gloria, se io senza correre in contrade selvagge, senza attraversare mari e deserti, ho potuto togliere al
diavolo l'anima di questa fanciulla! Così il buon pievano di D..., potesse acciuffare il giacobino che la voleva perdere; acciuffarlo e guardandogli bene in viso, dirgli: «ma chi t'ha posto in corpo la legione di demoni che tu ci hai? Pentiti, pentiti, pentiti!» e dargli intanto squassi e benedizioni, finchè gli avesse tutti vomitati...!
Nella foga del dire, per poco non tese la mano ai capegli dipinti del Santo, scambiandolo per un vivo, ma subito la rattenne proseguendo: «San Francesco benedetto, tutta questa settimana e la ventura, dirò messa al vostro altare...!»
Ciò detto, si mise di nuovo su quella pietra, si recò in mano l'incannucciata che stava formando; e s'affrettò a terminarla cogli occhi sull'opera, e i pensieri nel barone ed in Bianca. La quale rientrando nella palazzina, udì la zia e Margherita che
parlavano tra loro in sala; e pur vergognandosi vinta dalla curiosità, intese queste cose. «Dunque non c'è verso a trovarla?--diceva la cieca--Ma si fosse almeno certi della sua fuga...! Oh traditore! E colui? Affacciati, guarda se
lo vedi sempre? «Sì--rispondeva Margherita--è laggiù all'ombra degli avellani...» Bianca udì; e quelle parole della zia le fecero come una fiammata levatasi improvvisa dal cuore per tutta la vita. Non sapeva bene il perchè, ma si sentiva ferita proprio nel vivo dell'anima; e fattasi forza salì, si mise dentro la sala, severissima nell'aspetto.
«Eccola! eccola!--gridò Margherita, battendo le mani e correndo ad abbracciarla. «Donde venite?--chiese levandosi ritta, la cieca--E Bianca, più sempre ferita da quel sentirsi dare del voi rispose: «Dal convento.
«Questa è la prima, e sia l'ultima volta che v'avrò vista allontanarvi.... da sola! Almeno, dico sin che io sarò qui....: dopo farete il piacer vostro!
«Ah zia»--sclamò Bianca, dandosi le mani nel viso; e col cuore alla gola salì in camera. Là il pensiero le ritornò sui giorni passati nella solitudine e nel pianto. Ma allora niuno aveva pensato di lei, quello che le pareva d'aver indovinato, nelle parole della zia. Adesso l'ingiustizia le parve troppa; troppa verso di lei, troppa verso l'Alemanno; e quasi per ricattarsi dell'offesa, si compiacque
amaramente nel desiderio, che il barone fosse vicino, per farsi udire dalla cieca a parlare con esso. In questo mezzo, il padre Anacleto, s'era mosso anch'egli dalla cappelletta, e per diverso sentiero da quel che aveva visto pigliar da Bianca, veniva alla palazzina. Quando all'uscire del bosco fu sopra un poggiuolo scoperto, dal quale si poteva godere la bella vista del pian
di C...., che a quell'ora di mezza mattinata pareva una conca; si fermò un istante, e gli cadde lo sguardo sopra un uomo, che giaceva nel vigneto del signor Fedele, a piè d'un filare d'avellani. Il sito era in parte, donde non si poteva vedere chi venisse dal convento per la via fatta da Bianca; ma il padre Anacleto, che teneva altro sentiero, fu visto da quell'uomo, il quale subito si levò in piedi, e mosse ad incontrar lui, che facendosi solecchio colla mano procedeva
guardandolo. Quell'uomo era il barone, stato quasi due ore a giacere sull'erba, oprando poco da savio, uscito come era di malattia. Se n'avvide ai primi passi che volle fare, perchè le gambe non lo volevano reggere, e gli pareva che il cervello andasse per aria. Allora s'appoggiò ad un albero e attese il frate, che disviando un tantino, veniva diritto verso di lui.
«Figliuolo,--disse questi arrivando e facendo vedere l'incannuciata;--ecco tutto quello che ci rimane di quel che sapeva fare San Francesco: egli risanava gli infermi con un soffio, io ho potuto appena formare quest'arnese che l'aiuti a reggere il braccio un po' più agiato che codesta fascia....» E presogli il braccio, glie lo
acconciava, su quello strumento con molto amore. «A me importa nulla guarire!»--disse il barone con voce profonda. Allora il padre Anacleto guardandolo in viso, sfatto come fosse tutt'altro che in via d'uscir guarito, diede un passo addietro e proruppe: «O che la fa bestemmiare in codesta guisa? E che vuol dire la faccia così smorta?» «Ho fatto una mala azione, padre; e meriterei che mi si spogliasse della divisa, e mi si mandasse ai Francesi, che mi uccidessero!.... In
casa al signor Fedele io non c'entro più, perchè uscii di camera, trovai Bianca..., le parlai..., e suo padre non c'era.... «Oh ragazzo!--interruppe il frate;--uomini che con una spada in mano affrontano la morte, tremano in casa d'amici, per una parola, per uno
sguardo! O Bianca non è sua fidanzata? E quando non ci si trova niun male noi, voi ve lo trovate?»
L'Alemanno mise i suoi occhi verdastri, tra ciglio e ciglio al padre Anacleto; e gli parve di non aver visto mai viso impresso di più sincerità. Non aggiunse parola, si lasciò pigliare a braccetto, e condurre alla palazzina; discosta quanto un uomo destro lancierebbe,
in due tratti, una pietra. Là, il signor Fedele, tornato un momento prima da C... aveva cacciato il capo dentro la camera dell'Alemanno, ma vistola vuota, rimasto col piede sulla soglia, e col dito sul sali-scendi, chiedeva stupito alla cognata, che non s'era mossa dalla sala: «E il signor barone?
«Il signor barone--rispose asciuttamente la cieca:--potete cercarlo fuori; in casa non c'è, e così non vi fosse stato mai! «Oh lo spensierato che io fui!--sclamò il signor Fedele dandosi una palmata nella fronte:--spensierato che io fui a lasciarvi sole, a non tornare addietro, quando incontrai quel guasta capi di don Marco, che
veniva da questa parte! Che c'è venuto a fare qui? Chi l'ha chiamato? dov'è? Ditelo, prima che vi ponga le mani addosso!
«Don Marco!--levossi a dire la cieca maestosa, mentre Margherita le si rannicchiava dietro, paurosa del padre imbestialito:--don Marco? Fosse venuto! ma egli non si cura di voi, nè di noi.., nè delle case come la vostra...! «Zitta!--disse il signor Fedele tra denti:--udite? il barone arriva..., guai a chi osa fiatare».--E spingendo la cieca e Margherita
verso la loro camera minaccioso, le chiuse; poi si fece sulla scala a vedere l'Alemanno che saliva aiutato dal frate. Il barone era pallido, e pareva tornato ai giorni in cui la febbre della ferita l'aveva più travagliato. Teneva, salendo, gli occhi nel signor Fedele; e come fu in cima alla scala, li girò attorno, cercando
con gran desiderio. Il frate fece per disopra le spalle di lui, un cenno a quello, che era lì per prorompere chi sa in quali esclamazioni; e fra tutti e due si diedero attorno a riporlo a letto. Egli si lasciava fare come un fanciullo. Damigella Maria e Margherita spinte dal signor Fedele, in quella guisa
brutale, nella loro camera, stavano questa sbigottita, quella così offesa nel vivo, e incerta di quel che s'avesse a fare; che si sarebbe chinata a baciare i piedi, a chi fosse venuto a darle un consiglio. E non le pareva vero che don Marco fosse passato da quelle parti, senza rammentarsi di lei, e fantasticava, e si lagnava di lui colla nipote. A un tratto si levò in piedi, e giunte le mani: «Oh guarda!--sclamò--e non ci aveva pensato. Oggi è il natalizio di don Marco, e di certo
egli andò a dir messa laggiù a San Matteo. Non hai inteso la campanella, che sarà un'ora, suonava! E sì che mi pareva d'udirla dire: «vieni! vieni!» Margherita, dammi la mia pezzuola, poni in capo la tua, anderemo tanto che lo troveremo!
Margherita obbedì sollecita; e non viste nè udite dal signor Fedele, uscirono guadagnando spedite la via, che sul margine d'un rigagnolo detto dei frati, menava diritto a un gruppo di case, raccolte, come famiglia concorde, intorno ad una chiesicciuola, in fondo alla
vallicella. Là don Marco soleva andare il dì del suo natalizio, a dir messa e a pregare pei suoi vecchi; che erano stati di quel casale. I villani accorrevano dai campi e dai vigneti; reverenti a quel prete buono, che riveniva ogni anno, come la rondinella della gronda, a far sentire la sua parola d'amore nella chiesetta. Detta la messa, egli andava a far
colazione con qualcuno di essi; poi se ne tornava a casa, e fino all'altro anniversario non lo si vedeva più comparire.
La cieca pensò, che il meglio era aspettarlo a un bivio, a mezza strada tra la palazzina e quel casale; e ivi si fermò appunto in quella, che egli spuntava a una svolta della via, camminando colla testa bassa, e forse pensando alla gente della palazzina, che vedeva
poco discosta. «È qui--disse Margherita, e damigella Maria si sentì dare un gran tuffo al sangue. Appena le vide, don Marco affrettò il passo, e quasi turbato disse alla cieca: «grazie, o Maria, grazie! io da lei non mi sentiva il cuore di venirvi! «O don Marco! in casa nostra non ci si può più vivere; ci comanda il padre Anacleto, e Bianca pare che le abbiano mutato il cuore. Venga, venga un po' lei, ci scampi tutti, per carità...
«Andiamo--disse don Marco: e Margherita che s'era tirata in disparte, e in quel mattino s'era indonnita più che non avrebbe fatto in un anno; corse a dar in mano alla zia un po' della sua gonna, come soleva, per aiutarla a camminare. Così mossero, badando essa e il prete, che la cieca ponesse a modo i piedi per quelle sassaie; e
s'avviarono alla palazzina. Bianca che non s'era più tolta dalla finestra della sua camera, gli scoperse improvvisamente. L'apparizione di don Marco, fu per lei, come se l'avessero posta dinanzi ad uno specchio, e di bellissima che era stata, si fosse vista divenuta deforme. Ripensò a quel giorno, in cui
s'era andata a gittare a' piedi della signora Maddalena, in casa del prete; sentì come un'eco lontana delle parole che aveva detto quel giorno; e misurato l'abisso che già la disgiungeva da quella d'allora; provò dentro qualcosa a guisa dei fanciulli, i quali svegliandosi al buio, colti da terrore, s'affagottano nelle coltri a segno d'affogare. La sua coscienza si fece codarda; e presa da uno sgomento invincibile,
si cacciò su per una scaletta angusta, e si rifugiò in una torretta, che spiccava alta sul tetto della palazzina. Alcuni colombi, che annidavano lassù, turbati fuggirono a stormo per la campagna; ed essa,
pensando che quegli innocenti l'avessero in orrore, si rannicchiò in quel luogo immondo, e non ebbe il conforto manco del pianto. Fu quello il momento più amaro della sua vita; ma pur di fuggire la vista di don Marco, sentiva che sarebbe stata lassù tutta l'eternità, come in luogo di penitenza. Damigella Maria, Margherita e don Marco, giungevano intanto alla soglia della palazzina; e questi veniva messo dentro dalla cieca, in una stanza terrena, dove nella state si soleva raccogliere la famiglia a godere il fresco.
«Maria--disse egli--io aspetto qui suo cognato; vorrei parlargli da solo, gli dica che col suo comodo ci venga un momento.» La cieca salì con Margherita, e trovato il signor Fedele che stava
mangiando col padre Anacleto gli disse: «V'è di sotto una persona che vi vuole....» Al tono della voce severo, al silenzio di Margherita, egli si levò da mensa, ricambiò col frate alcuni sguardi, discese a terreno, e si vide innanzi a Don Marco. Se l'aspettava e non se l'aspettava; ma da quel
fino dissimulatore che egli era, non fece segno di essere scontento; anzi, gli fu incontro colle braccia aperte, come chi accoglie un amico desiderato. «Fedele--cominciò don Marco--fummo amici da giovani. «Amiconi, diascolo! In che ti posso servire?... «In una cosa...; dimmi, in casa tua siete tutti felici? «Felici! Tu insegni che il Signore felici non ne vuole; ma per quanto
si può.... «Tu stai per maritare Bianca? «Te lo voleva dire quel giorno, in cui venni in casa tua a pigliare lo sposo....
«Sposo! E tu pensi che Bianca lo ami, codesto sposo che tu vuoi darle? Bada, Fedele; al mondo, dei miseri ve ne sono già troppi; e pensa che degli affetti delle fanciulle, un cristiano deve farne altra stima da quella che si suole. La donna è abbastanza infelice da sè: e darla contro il suo cuore, a chi piace a noi; è forse un aprire la via della fuga alla virtù, che prima o poi se ne va. Tua figlia ama un altro; lo sai?
«Che ha il nostro Don Marco?»--entrò dicendo il padre Anacleto, disceso in quel punto, a porsi tra i due. «Ho che qui si vuol rovinare una fanciulla inesperta!--sclamò Don Marco all'improvvisa apparizione del frate:--ed ella dovrebbe aiutarmi a fare che non avvenisse! «Ma Don Marco,--disse il signor Fedele, tutto cuore a sentirlo:--chi ti fa credere, che io voglia maritare per forza mia figlia?
«Va--interruppe il padre Anacleto, sicuro del fatto suo:--va, falla venir quà, che egli la vegga, la oda; certe cose non c'è che vederle da sè... va....»
Fedele salì, in cerca di Bianca; e il frate e il prete rimasero un istante a guardarsi in viso. «Don Marco;--disse alfine il padre Anacleto:--ella è il decano del clero di C...; parliamoci chiaro: viene per intercedere a prò di quel suo scolare di D..., Giacobino e Volterriano, più prossimo al carcere che all'aule, dove dà a credere di stare a studio?
«Empio?--rispose Don Marco:--io, quanto a me, non so a qual uomo getterei in faccia questa parola. Che io poi sia qui pel bene di quel giovane, è la verità.... «E poichè ella dice la verità, la dirò anch'io; sì anch'io son qui, e ci fui, e ci sto: lieto d'aver tolta Bianca al pericolo di perdere l'anima sua, e d'averla tornata nell'obbedienza del padre....
«Oh se noi,--sciamò doloroso Don Marco--se noi ci immischiassimo meno della salute dell'anime; e si pensasse a fare che sulla terra fosse un po' più di giustizia! Si soffrirebbe meno, e si godrebbe abbastanza; e
il fumo del peccato non s'innalzerebbe con quello degli incensi, che noi abbruciamo ogni giorno! Padre Anacleto, abbandoniamo questa casa ambedue, la luce del Signore vi discenderà da sè....»
A questo punto, il signor Fedele tornava con Bianca. L'aveva cercata coll'aiuto di Margherita, ed anche di damigella Maria; e scovertala in quel nascondiglio, erano riusciti a cavarnela più a forza, che colle preghiere. Di che stizzita, vergognosa, aveva dato in ismanie dapprima; poi sbigottita al pensiero dell'Alemanno che poteva udirla, e disperando d'essere lasciata in pace; «che si vuole da me?--aveva sclamato--che chiede Don Marco? Mi cerca? dov'è? io non lo fuggo
mica!» E mentre la cieca si sentiva rimpicciolire il cuore, il signor Fedele quasi in punto di battere le mani dall'allegrezza, menava la figlia giù per le scale a quella stanza, dove erano Don Marco e il frate. Alla vista dei due, Bianca fu quasi colta da capogiro: sentì gli ultimi pensieri di rispetto che aveva pel prete, cozzare coi nuovi postile in mente dal padre Anacleto, e involarsi; appunto come avevano fatto poco prima i colombi alla sua apparizione. E Don Marco, con voce
impressa d'affetto pietoso le disse: «O Bianca; sono venuto a vederti, e tu non mi dici nulla..., che pensi, che fai?...» Essa chinò gli occhi e rispose:
«Io non ho nulla a dire... faccio quello che il Signore comanda..., obbedisco mio padre.... «Dunque tutto quell'affetto.... «Ho pianto abbastanza;--interruppe Bianca--e non voglio peccare, pur col rammentare il passato...»
Don Marco rimase come uomo che acciechi improvvisamente. Aperse le braccia, guardò in alto, e senza più dire parola, uscì di quella casa, dove gli pareva di sentirsi strozzare. La famiglia del cascinaio lo vide allontanarsi quasi fosse perseguitato da qualche nemico; e vide anche il padre Anacleto venir sulla soglia, e fargli dietro una croce,
per mandarlo segnato e benedetto. Questi, rientrando, stava per fare le feste di quella sua nuova vittoria; quando tastoni, ansante, pallida come una morta, veniva giù della scala madamigella Maria. «E voi--sclamava--voi avete scacciato Don Marco? Scacciate dunque me pure!»--E così dicendo faceva atto d'andarsene sola. Senonchè il cognato, il padre Anacleto, la stessa Bianca le furono attorno, e ingegnandosi di trattenerla, questa diceva:
«O zia, Don Marco se n'è andato da sè..., io gli dissi che farò quello che mio padre vuole, ed egli rimase contento che il Signore m'abbia
illuminata.... «Illuminata!--diceva singhiozzando la cieca: dunque tu andrai lontana?... tu m'ingannavi?... Fu nulla tutto quello che io penai per te... o Bianca, Bianca!...» E presa tra le mani la testa di lei, le baciava i capelli, la fronte, la bocca, per tutto dove in quella angoscia le cadevano le labbra.
La fanciulla piangeva; il signor Fedele era quasi commosso; il padre Anacleto coglieva il modo di quetare la cieca, e diceva: «Come! e tu Bianca non hai detto a tua zia, che lo sposo t'ha promesso di stare quassù; di far tua, se vorrai, tutta la valle; di riedificare il castello..., e tante altre bellissime cose? Datti pace Maria, tu
starai sempre con essi, sarai l'angelo consolatore della loro casa; ma ora per carità non facciamoci intendere da lui; che potrebbe risentirne la sua salute.» Damigella Maria, solo a udire che Bianca sarebbe rimasta sempre in C..., sebbene tutti quei giorni si fosse accostumata a fidarsi poco del padre Anacleto, si quetò un tantino; e disse che pigliava un po'
di tempo per trovare il partito che più le conveniva. Fu lasciata con Bianca; e il signor Fedele salì dall'Alemanno il quale stando a letto aveva udito quel viavai, ma per buona sorte non ci si era
raccapezzato. Nella palazzina si rifaceva la quiete, essendo quasi l'ora di mezzogiorno; e il padre Anacleto tornando al convento guardava se in qualche punto della vallicella scoprisse Don Marco; il quale dallo sgomento di quelle sconfitte, doveva a sentir suo, avere smarrita per lo meno la via. CAPITOLO XI.
Se altra fosse stata la vista del padre Anacleto, ed egli avesse data un'occhiata alla via, che di là della Bormida, a seconda di questa, menava a D...; avrebbe scoperto Don Marco, sotto i vecchi castagni,
avviato a quella volta. Uscito dalla palazzina, che gli pareva di non aver più senso di nulla, il buon prete era andato alla ventura; ma a poco a poco rivenutigli i pensieri, aveva colto quello d'andare a D..., e là, detto apertamente ogni cosa alla signora Maddalena, porla in grado di sapersi governare col figlio. Il quale poteva capitare a casa da un giorno all'altro; e
si sarebbe trovato ai fatti dolorosi, che s'andavano compiendo. Per guadagnare la via che aveva a fare, gli era bisognato piegare a manca, e varcare la Bormida su d'una palancola, la quale si specchiava in un lago verdastro, formato dalle acque vorticose e raccolte là sotto, in un gorgo pauroso. Questo a chi vi passava sopra, dava le vertigini, e ne riverberava l'immagine, rotta in cento maniere. Di là del varco, fatti pochi passi su per un macereto, si trovava la via; e
Don Marco vi si mise di quell'andatura, che consentivano gli anni, e la passione che lo turbava. Così, colle mani appaiate sulle reni, un passo innanzi l'altro, fu in un'ora al villaggio di R..., mezzo ancora sossopra per la passata
dello stormo di quei di D.... Cansò le case, pigliò i traghetti, e nascosto dalle siepi degli orti, si ripose più oltre sulla via maestra. Quando giunse a scoprir D..., i vichi sulle riva del torrente, il castello, il campanile, tutto parve sorridergli come ad un amico, e dirgli che dei guai di Giuliano, e dei patimenti della signora Maddalena, niuno sapeva nulla. Il suo sguardo si posò sulla casa di lei, che spiccava fra l'altre, col suo piazzale ombrato di
viti prosperose; e a mirare quelle mura d'allegra vista, non sembrò vero manco a lui, che lì dentro si fosse annidata la sventura. A quel punto del suo cammino, udì un cavallo che gli veniva dietro di
trotto; e tirandosi in sulla proda della via, si fermò per lasciarlo passare. Il cavaliero era un ulano alemanno, di quei che avevano svernato a C..., il quale come fu vicino al prete, rattenne la cavalcatura, si scoperse, e facendo vedere un foglio, dimandollo molto rispettosamente:
«Signor prete, sarebbe lei il pievano di D.... «No,--rispose Don Marco:--Salga su quel monticello dove vede quel campanile; il pievano abita lassù; vada pur dritto che non può
fallare....» Il soldato salutò di nuovo, e ripigliando il trotto, tirò innanzi. Ma così non fece Don Marco; chè avendo cansato la terricciuola di R.... per non imbattersi nel curato, il quale l'avrebbe annoiato col volerlo seco qualche ora; adesso si studiava passare in parte da non essere visto dal pievano di D.... nè da altri preti, che gliene potessero dire. Si sentiva mal disposto verso gli ecclesiastici; e
disviando, discese sul greto del torrente, per guadare alla riva sinistra, e quindi arrivare alla casa della signora Maddalena, che giaceva su quella. Al guado più agevole, sedette sul primo sasso che trovò, si scalzò lentamente; e dando uno sguardo alle sue gambe insecchite, quasi per
confortarle a porsi nell'acque; sorrise, e pensò che tra non guari le avrebbe poste a riposare nelle buche dei morti. Entrato nell'acqua, i ciottoli del fondo gli scivolavano sotto le piante; ma sebbene ad ogni
passo gli paresse di cadere, la freschezza dell'onda gli temperava il disagio, e guadagnò l'altra sponda. Là si rimise in gamba le grosse calze di lana, che non erano più nere, ma d'un colore come di panno strinato; poi contento del tepore che gli ravvivava le carni, prese un sentieruolo, il quale lungo l'argine d'una gora guidava al molino del borgo, donde in pochi passi, si saliva al piazzale della signora Maddalena.
Tra l'andare e lo stare a ripigliar fiato, ora a quella, ora a quest'ombra, aveva fatte quasi le ventidue; ed egli sapeva come fosse l'ora, in cui la signora soleva uscire per le sue passeggiate solitarie. Guardò pei prati e pei campi vicini, ma non la vide; perchè
s'erano mutate in quella casa di molte usanze, massime in quei due mesi, ch'essa non usciva quasi più. Amava la solitudine; un cerchio plumbeo le si era venuto formando intorno agli occhi; dal tanto
patire, le carni le si erano fatte scure; talvolta, si lagnava colla fantesca, d'avere le labbra arse, e nel cuore un caldo come d'acqua bollente; tal'altra rabbrividiva, e poi parlava di mostri che le era parso di vedere. Marta s'ingegnava di farle animo, diceva che di quelle scosse di nervi n'aveva provato anch'essa; e parecchie volte pigliava la via della montagna, e tornava carica d'erbe che conosceva
per buone a quei mali; ma l'indomani le buttava via senza averle adoperate. A guarire la signora sarebbe occorso altro aiuto. Suo figlio in casa, Bianca per nuora, e la dolce quiete; questi sì che sarebbero stati farmachi da giovarle! Ma di lui non si pregava che le notizie; di Bianca non aveva più risaputo nulla; nè s'era mai rischiata di chiederne a Don Marco per lettera o per altra via. Di quello che aveva
inteso e veduto a C... le era rimasto qualcosa che la consigliava a non si fidar nel futuro; e sebbene la fanciulla avesse promesso di non essere d'altri mai; si mescolava a quella memoria l'immagine del signor Fedele, come quella d'un drago delle tante favole, che alla fine l'avrebbe costretta. Per togliersi un poco a quelle idee lugubri, aveva trovato un passatempo che per quell'età, non era cosa da poco. Raccoglieva ogni
giorno tre o quattro fanciulle del vicinato, e loro insegnava a leggere con molto amore. In questa impresa, essa e le alunne s'erano così dilettate, che queste sino dalle prime lezioni avevano imparato
il _gesummaria_. Io non saprei con quale giudizio i pochi che allora sapevano di lettere in quella valle, avessero dato all'_abicì_ quel nome, che sempre è sulle labbra alla gente che sclama per dolore, per uggia o per paura: ma so che lo si chiamava ancora a quel modo, sarà
poco più di vent'anni. La novità spiaceva a Marta, la quale ne mormorava tra sè ogni giorno; molestata dal monotono sillabicare di quelle donne: spiaceva a Rocco, perchè tra queste ci aveva la sua Tecla: e sopra tutti spiaceva al
pievano, il quale non s'era potuto tenere dal dire di sul pulpito, che qualcuno della sua pieve, lavorava a far roba pel diavolo. Ma la signora Maddalena, pur avendolo risaputo non ci badava, e tirava innanzi da brava maestra. Quel giorno, all'ora in cui don Marco si avvicinava, essa aveva seco, delle alunne, la sola Tecla... Questa, chi non l'avesse più riveduta,
dal dì della partenza di Giuliano, a prima giunta non la ravvisava. Faceva allora i suoi sedici anni; e prima, niuno s'era accorto che fosse bella; perchè la sua faccia aveva patito il sole; e forse la gran sanità, che fa parere le campagnuole sin troppo virili, teneva
nascosti i pregi delle sue forme. Ma da quando Giuliano le aveva dette, sul prato, le afflitte parole che rammentiamo; i contorni del viso e la persona le si erano risolti in molta bellezza: e a misura che immagriva, si avrebbe potuto somigliarla ad una statua, sbozzata alla grossa nella furia del creare, e poi condotta a fine con lungo
affetto. Di certo le era entrato qualche dolore, che assiduo ma pacato aveva fatto migliore l'opera della natura; e parlava in essa dagli occhi neri e languenti, maestro d'un'anima nata con ali da volar alta,
e tenuta in cambio, tutta l'adolescenza, nascosta e costretta come gemma in seno alla roccia. La signora Maddalena, cui quel mutarsi della fanciulla, dava gran piacimento; stava, come ho detto, con essa in sala: e avendo terminata la sua lezione di lettura, diceva amorosa: «Non ti puoi immaginare la dolcezza che provo! Prima che l'anno finisca, voglio che tu sappia leggere a modo, e scrivere. Così, se un
giorno ti sposerai a qualche buon giovane, ti vorrà più bene. E allora ti ricorderai di me, nevvero?... Adesso provati a imitare questi segni che t'ho fatto in cima al foglio.» A Tecla, quelle parole suonavano piene di mesti presagi, e insieme di dolci promesse. Si appoggiò al tavolino, e cominciò a menare la penna di pollo d'India, sgorbiando certe lettere che un po' le riescivano somiglianti a scorpioni, un po' a girini; e a tratti la penna
impuntando come bestia restia, schizzava inchiostro fin sulle dita della signora. In quella don Marco, giunto sul piazzale, si spolverava un tantino; e attraversato il corto andito, che dall'atrio metteva nella sala terrena, battè all'uscio pianamente, quasi gli fosse piaciuto di non essere inteso. Tecla corse ad aprire spedita. «O Dio!--sclamò la signora, facendosi bianca come la baverina, che dal
collo le si rovesciava sulla veste turchina carica; e movendo incontro al prete, rimasto a quel grido sulla soglia impacciato, gli prese la mano lo guardò fisso, gli lesse negli occhi. A lui la lingua gli andò in fondo alla gola; essa non trovò la forza a dir altro.
Con questa sorta d'accoglienza s'andarono a sedere vicino al tavolo, sul quale si vedeva il calamajo, la penna, il foglio sgorbiato da Tecla, e allora soltanto, così per aspettare che alla signora si quetasse quel rimescolo di sangue: «qui,--disse don Marco--qui abbiamo una scuola?» E pigliò in mano il foglio, ma non disse altro all'alunna, nè lodò la bella impresa, come sarebbe stato da lui. Tecla intanto accorta d'esservi di troppo, chiesta timidamente licenza, si
tirò in cucina, sotto colore d'ajutarvi Marta in qualche faccenda. «Dunque, tutte quelle promesse son divenute nulla!--disse la signora, certa d'avere indovinato quel che il prete portava. «Le hanno fatto vedere che il mondo è vasto, bello, ricco di piaceri; Bianca ha dimenticato il suo paradiso. S'è fidanzata, bisogna
rassegnarsi. «Rassegnarsi! noi rassegnarci, ma Giuliano? Ah quel giorno, glie l'aveva pur detto che queste cose avrebbero trista fine...! O che sono le fanciulle dei nostri tempi? Come mai si può mutarsi tanto, com'essa, in sì breve tempo? E a udirla era pronta ad ogni martirio..!
«Sono cose che chi non le ha viste, manco saprebbe immaginarle:--rispose don Marco; e qui cominciò a narrare l'andata improvvisa in villa del signor Fedele; poi dell'Alemanno capitato a C.... ferito, e di nuovo di colui che se l'era venuto a pigliare per portarselo laggiù. Disse di quel tempo in cui non aveva avuto cuore
d'andare a quella villa, e quanto gli rimordeva; raccontò quel che gli era incontrato poche ore prima; e ripetè le parole di Bianca, che gli era parsa fresca e rossa, e aveva detto di voler fare in tutto la volontà del padre suo, con tai modi, da non lasciare speranza di vederla tornata all'antico proposito. Diceva di sentimento, ma badando a dar meno dolore che potesse alla
signora; la quale a mano a mano che gli parlava, si abbandonava di nuovo nella sua stanca malinconia. Ma come se per quel giorno, non ne avesse abbastanza, doveva capitarle in casa don Apollinare con un'altra consolazione. Chi fosse stato a vedere costui, scendere di castello, infilare il ponte, passarlo, piegare a manca verso la casa della signora Maddalena; avrebbe creduto che visto andarvi un prete forastiero,
corresse a lagnarsi dell'ospitalità chiesta altrove, piuttosto che nel presbiterio. Ma egli veniva per tutt'altro, rosso in viso, e per quel che si capiva dal passo spigliato, con qualcosa nell'animo che lo
agitava di molto. Alla fine delle fini il suo giorno era giunto per quel discolo di Giuliano; egli lo sapeva, e s'affrettava a dirlo alla povera madre, a farle dinanzi le grosse esclamazioni; proprio come un uomo tenuto sobrio gran tempo, che appena lo può corre all'odor del
forno, con la voglia spasimata d'una buona satolla. Passando sotto quell'arco, vedendo quell'orto, si rammentò di quella tal mattina che Giuliano glie ne aveva dette di così scolpite; attraversò in fretta il piazzale, l'atrio, l'andito; ma all'uscio della sala non istette a
picchiare, ed entrò da sè addirittura. La signora Maddalena manco s'accorgeva di lui, se don Marco andandogli incontro, così per dire qualcosa, non gli chiedeva della sua salute.
«Io sto bene!--rispose il pievano:--ma non così tutti coloro che mi stanno a cuore. Suo figlio, signora, a Torino si finisce di rovinare. «Che non l'è ancora abbastanza?--proruppe essa levandosi ritta:--ci pigli una volta me e lui! ci mandi schiavi ai Turchi; peggio di qui non istaremo!»
Queste parole, il modo in cui furono dette, la guardatura di don Marco, posero il pievano in gran confusione. Di che ripiegandosi un tratto in sè stesso: «io--disse--io che le ho fatto a lei...? Me ne vado e ognuno s'ingegni...!»
E fece atto d'andarsene; ma don Marco si pose tra l'uscio e lui per rattenerlo; e stava per consigliarli maggior carità, per la signora; senonchè questa aveva già presa la mano di don Apollinare, e tenendola umilmente e lagrimando diceva:
«No...! signor pievano, abbia compassione d'una povera madre, che non finirà di penare, sinchè non sia morta o impazzita! Mi dica tutto..., mi dica, e che io muoia se è tempo! «Ecco!--sclamò egli spiegandosi di nuovo:--ecco che cosa le fruttò l'aver taciuto, quando egli mostrava di perdere il timor di Dio! Questa è una lettera, che ho calda calda da un soldato, spacciatomi a bella posta dal generale piemontese, che accampa dalle parti di Ceva,
il quale l'ebbe da Torino, per la via di Mondovì: e in essa mi si chiede notizie di un Giuliano da D..., che studia laggiù, che è mio parrocchiano;... insomma si vuol sapere che soggetto è...! e se ne
immischia la polizia, la Curia... tutti!» Così dicendo faceva vedere la lettera, battendola sul dorso della mano sinistra, e aspettando che l'un dei due parlasse. La signora teneva il capo chino, colla mente negli abissi in cui il figliuol suo precipitava; don Marco, guardando il pievano, pareva studiare, come un sacerdote potesse aver cuore, di tormentare così fuor di maniera una
donna già troppo infelice. «Che ne dice, ella che fu suo maestro?--gli chiese alfine don Apollinare, vedendo che non gli si rispondeva nè dall'una nè
dall'altro. «Eh!--rispose don Marco--io dico, che questo miscuglio di monsignori, di polizie e di generali, mi pare una torbida cosa: e mi duole di vedere che noi preti, a quest'ora abbiamo lacerate mezze le pagine del Vangelo! Dia retta a me, faccia in pezzi cotesto foglio, li metta per segnacoli nel suo breviario; e ogni volta che li rivede, rammenti quel dettato che abbiamo sempre in bocca; non muove foglia che Dio non
voglia. «Altro che foglie!--proruppe il pievano--va in aria la intera foresta, e il vento della rivoluzione l'amulinella! «O allora, qual riparo vi possono fare la Curia, la polizia, il generale di Ceva...? E Giuliano, un giovane che manco si vede sulla
terra, che cosa può aggiungere alla grande bufera? Non gli faranno nulla... vedrà... «No... nulla!--saltò su a dire la signora Maddalena, pigliando dalla sicurtà di don Marco, un subito ardimento:--non gli faranno nulla, perchè noi scriveremo, andremo, mi presenterò al Re! «Il Re è stanco di perdonare--disse il pievano--e Dio non può più vedere la religione calpestata, i suoi ministri oltraggiati! Io ho qui la lettera; farò il debito mio, da cristiano e da pastore; ella
scriva, mandi, vada, faccia quel che pare! l'ho avvisata!» Ciò detto diè di volta, infilò l'uscio e scomparve, stizzito di non avere potuto sfogarsi, per quell'importuno don Marco. Il quale, rattenendo la signora, che voleva correr dietro al pievano per supplicarlo:
«Stia,--diceva:--e non si sgomenti...! E la marchesa di G..., non farà nulla per Giuliano? non l'avrà tenuto d'occhio?» A questo ricordo, la signora Maddalena si fece in faccia, come sarebbe a dire un fiore, su cui discenda un raggio di sole dopo un ribocco di pioggia. E da quel nome pigliando lena, si mise col prete a pensar
modo di chiedere alla gentildonna, che aiutasse Giuliano a scampare dai pericoli ignoti, de' quali il pievano era venuto a parlare. Ora la marchesa di G..., cui don Marco aveva raccomandato Giuliano, sin dal primo anno della sua andata a Torino; era di quei tempi, dama d'altissimo conto, in corte ai reali di Sardegna. Nelle due valli della Bormida, la si stimava onnipotente: e perchè vi veniva ogni anno
a villeggiare, ora in quello ora in questo de' suoi molti poderi, conosceva per quei borghi i primi casati. Rimase nelle Langhe memoria di lei onoratissima: e si parla tuttavia di giovani, scampati per
opera sua, nei due o tre giudizii di quegli anni, in cui per tutto si vedevano Giacobini e nemici di Dio e del Re, da torre di mezzo. Tra l'altre si narra la storia d'uno scuolare, che carcerato con altri molti, la marchesa gli fece dire non pigliasse altro cibo, salvo quello che gli avrebbe mandato lei. Ogni giorno capitava in carcere
una dozzina d'aranci pel prigioniero, e in capo a una settimana, egli potè uscire, e tornarsi libero alle montagne native.
La signora Maddalena e Don Marco, stettero un pezzo a fare e disfare disegni, discorrendo di Giuliano e della gentildonna: e appunto concludevano con quello di scriverle, quando Marta venne a dire che era l'ora di cena. La signora aveva più volontà di piangere che di muoversi; il prete era uomo di poco cibo, che se aveva in cuore
qualche tristezza, di questa si nudriva come di vivanda succosa; ma ambedue per usanza di cenare sull'imbrunire, passarono in quella stanzetta oltre la sala, dove era la mensa apparecchiata. Tecla, che s'era tenuta fino a quel punto in cucina, donde aveva
inteso i discorsi di Don Marco colla padrona, e quella notizia portata dal pievano, appena ebbe veduto libero il passo per la sala; uscì di là in punta di piedi, turbata che non pareva il caso di trovar la
porta, per cui andar fuori. Poichè fu sul piazzale diede intorno un'occhiata, come una fuggitiva che cercasse la via più destra. Il sole era andato sotto allora allora, ma se un ultimo raggio l'avesse percossa negli occhi, si sarebbe franto in due lagrime, che non potendo sgorgare, davano alla sua guardatura non so che addolorato e selvaggio. A un tratto parve aver afferrato un pensiero, una memoria: e correndo difilata a casa di suo padre, salì per la scala di legno sul pianerottolo che metteva nelle stanze, dov'erano i lettucci della
famigliuola. Entrò guardinga; non vide nessuno: e fattasi vicino ad una vecchia ed ampia cassa, in cui suo padre teneva il frumento; disteso sul coperchio un fazzoletto, tirò giù dalla stanga una gonna d'indiana rossa, un giubboncello di panno azzurro, un grembiale d'ugual colore, che cinto la copriva fin dietro le anche; poi aggiunto un fazzoletto da capo stampato d'alberi e d'uccelli, e gli scarponcini da festa; di tutto fece un fagottino, aggruppò in croce le becche del
fazzoletto, e buttò giù dalla finestra dietro la casuccia, in un orticello. Discese, scantonò non vista, raccolse il fardelletto, attraversò un vicolo, e fu sulla via che lungo la ripa del torrente,
menava a seconda dell'acque. Era quella presa da suo padre due mesi innanzi, quando aveva accompagnato il signorino; e una volta in viaggio essa aveva inteso dire assai volte, che per chi ha la lingua
in bocca ogni via va a Roma. Molti che tornavano dai campi, o che già cenavano sulle soglie delle loro casette, la videro passare; ma come
erano usi a non le abbadare, così non fu chiesta da nessuno, che cercasse o dove corresse. In casa sua l'attendevano a cena; e sulla madia finiva di fumare raffreddandosi la sua scodella di minestra; quando Rocco levando il capo, e stando per imboccare l'ultima cucchiaiata, pose gli occhi in
quegli della sua donna, e le chiese: «e Tecla?» «Chi lo sa dov'è?--rispose la moglie--ora che impara a leggere, non la si può più comandare....! «Vai a vedere dalla signora padrona!--gridò Rocco irato ad uno dei figliuoli: e questi andato, tornò subito portando che di là Tecla era uscita da un pezzo. Allora la donna, si fece sulla porta, e colla voce più acuta che potè chiamò; «Tecla! Tecla!» tre o quatto volte. I più
discoli della ragazzaglia che ruzzava nel vicolo, risposero per beffa imitando la voce della fanciulla; e la donna ingiuriandoli in cuor suo proseguiva a chiamare. Ma Tecla di qua, Tecla di là, questa non si faceva viva; ond'essa salì a veder nelle camere, e trovato che di
sulla stanga era stata tolta la veste cogli altri panni della figliuola; tornò giù così in furia, che manco non vide la scala, e piantatasi di faccia al suo uomo, gli disse sgomenta «Tecla è fuggita!» Rocco balzò ritto, e ruppe a quella nuova in certe parolacce, che le donnicciole del vicinato, affacciate a chiedere che fosse, si turarono
le orecchie gridando: «Gesummaria!» Marta stessa, venuta alla voce, ne lo rimproverava! e intanto sull'aia, dinanzi la casa, si faceva folla come a vedere l'infortunio. Allora si cominciò a bisbigliare; e chi aveva vista Tecla, con un fagottino, passare dinanzi la sua porta; chi s'era abbattuto in essa e gli era parsa stravolta; uno le aveva tenuto dietro coll'occhio sino al tale punto, un altro sino alla tale svolta della via; sarà andata di qua, avrà tirato per di là, l'avranno
maltrattata in casa; chi l'accusava, chi la compativa; e i più caritatevoli dissero che bisognava andare cercarla, trovarla dovunque fosse, perchè dei soldati Alemanni se ne incontravano da per tutto,
e.... non osavano dire di più. Così gli uni correvano a pigliar lanterne, gli altri a munirsi di bastoni; la moglie di Rocco non faceva più che pianti: ed egli affaccendato a rispondere, a interrogare, ad allestirsi un lume; venne più volte a segno, che se avesse avuto lì uno schioppo, se lo sarebbe scaricato nel capo. La signora Maddalena e Don Marco, saputo da Marta la cagione di quel tramestio, erano venuti fuori anch'essi; e quella tremava, e il prete accorreva pensando alle sciagure che in quel giorno facevano mazzo. Là
si diede attorno a porre un pò d'ordine fra quella gente; e spacciandone per ogni banda, finì col mettersi insieme a Rocco ed a parecchi altri, proprio per la via presa da Tecla. Questa a loro sentire non poteva essersi allontanata di molto; e in verità non era lungi più d'un miglio, sebbene avesse avuto tempo di
far più cammino. Ma ad un bivio s'era fermata, incerta di qual parte doveva pigliare, e un pò spaurita dalla notte che s'era fatta alta. In quel sito, su d'uno rialto, coperto di cespugli maluriosi, sorgeva una croce, e Tecla a piè di quello la guardava di sotto in su, pregando con gran batticuore, «Madonna Santa! mandatemi un'ispirazione! da qual parte si va a Torino? non vado mica a dirgli nulla no...., vado a
raccontargli che sua madre muore di dolore, s'egli non se ne viene via di là; che lo metteranno in carcere, che quella giovane...., ah... Madonna Santa, non mi lasciate qui smarrita!» Così stando le si era accesa la fantasia per modo, che le parve d'essere guardata da un paio d'occhi balenanti di dietro la croce; e raccapricciò, come avesse
avuto lo spasimo di tutto quel roveto nelle carni. E subito rammentò che là un viaggiatore era stato morto dagli assassini; credè di vedere i tristi acquattati, e i loro ferri luccicanti nei cespugli, e il morto ruzzolare dalla ripa sanguinante a' suoi piedi. Si abbandonò, si rannicchiò, si fece piccina, e non osando fiatare: «eccoli, pensava porgendo orecchio affannosa--vengono, mi uccidono; ma.... se dicessi
loro quel che vado a fare a Torino? Chi sa che non mi ci menassero essi stessi? Ne ho intese tante di masnadieri, che alle volte fanno di belle cose! oh, mio Dio, sono qui..!» E si strinse vie più; quasi volesse farsi una buca nella terra; e un sudore freddo le correva per
la persona. Qualcuno veniva davvero, perchè lungo la via che essa aveva fatto, s'udivano pedate e parole; e fra i tronchi scuri degli alberi si vedevano due o tre lumi apparire e celarsi. Alla lentezza dell'avanzare, si discerneva che coloro cercavano con diligenza la riva del torrente; ma Tecla non potè badare a questo, perchè provatasi
a fuggire, ricadde senza forza, e ravvolgendo la faccia nel grembiale, ruppe nel pianto più disperato che creatura umana possa versare. Come la brigata fu al bivio, uno che precedeva di pochi passi vide quella cosa scura a piè del rialto; e correndovi accostò la lanterna. Non ebbe tempo di vedere che fosse, e Tecla facendo uno sforzo, con voce rotta dall'affanno gli gridava: «signore, sono una povera creatura, non mi faccia alcun male; vado a Torino a salvare il signor
Giuliano... «È qui, è qui,--urlava colui scoprendo il viso alla giovane mezza morta dalla paura. «Te lo do io il signor Giuliano!» gridava Rocco, smesso il rammarichio con cui si era venuto lagnando come un uomo che
morisse svenato; e d'uno slancio fu sopra la figliuola sbuffando feroce, e colle pugna levate. Ma un'altra mano incontrò le sue sul capo della infelice; ed egli guardando chi osasse toglierli quello sfogo di padre, vide don Marco in atto così dolce, che gli fece cadere quel primo furore. E «orsù confessati--disse risoluto alla
figlia--confessati qui a don Marco, che qualche gran peccato ce l'hai di certo. Suvvia... a chi dico? Comando io, o chi comanda?» e così dicendo, e ridestandosi in lui l'ira, torceva alla fanciulla le braccia. «No Rocco--entrava a dire don Marco--questo non è fare da cristiano; date mano a Tecla, essa è vostra figlia, e si confesserà a voi, meglio
che a me, meglio che a chichessia.» E fatto raccattare il fagotto ad uno di quei villani, ai quali la sua parola tornava sì nuova e sì dolce; parlando di pietà, d'amore, di perdono, don Marco s'avviò con essi per tornare al borgo. Vi giunsero che il ponte riboccava di gente, e chi una e chi un'altra, tutti in quella faccenda dicevano la loro. Don Apollinare anch'esso, disceso di castello, dopo aver ben chiarito, che non era affare di
Francesi; alle congetture che ardiva fare, aggiungeva la sua, e tenendosi in mezzo ad un capannello di maggiorenti, diceva.
«Tutte baie! Quella ragazza va a male da due o tre mesi in qua; ed io ne sono certo, e dico che ha pigliato il maleficio. Chi in una mela chi in un garofano, ne ho viste molte che l'avevano preso; e tutte finirono col fuggire improvvisamente di casa, come, salvo l'anima, i cani che vanno in rabbia....
«Dice bene il signor pievano; salva l'anima, come i cani!--rispondevano coloro:--eccola, eccola, l'hanno trovata, è qui....» E tutta quella gente si affollava, in capo alla via. «Vieni qua... menala qua che la vegga...--diceva il pievano a Rocco--fategli largo..... Eh? di queste ne ho a sentire nella mia pieve?--E levando il bastone sopra la fanciulla, che veniva innanzi trascinata dal padre;--ma se l'ho detto, continuava, è malefiziata! non la vedete com'è stravolta? Va, tienila chiusa, mettile in bocca
una foglia d'olivo benedetto, falle bere un sorso d'acqua santa; domani la condurrai in chiesa, faremo l'esorcismo; e se il diavolo non le uscirà di corpo, bisognerà condurla a Savona, a farla esorcizzare nella miracolosa cappella del Cristo risorto. «Ma signor pievano! interrompeva don Marco, che stanco com'era, arrivava un po' dopo degli altri:--che parla di malefici, di
esorcismi... di diavolo...? Ho visto questa fanciulla a piè d'una croce costaggiù, e lei insegna che il diavolo fugge dalla croce....! «È vero.... l'abbiamo sin per proverbio.... fuggire come il diavolo
dalla croce....! dicevano gli astanti. «Oh! si persuada?--proseguiva don Marco pigliando a braccetto il pievano, cui l'assentire dei suoi parrocchiani toglieva l'ardire: e tirandolo via verso la salita del castello gli andava dicendo: «ai demoni e ai malefici, si crede meno di quel che pare; per carità,
badiamo a non nuocere a nessuno, e tanto meno a fanciulle povere e senza difesa....» Rocco, colto il destro, s'allontanava con Tecla; i signori e i
popolani, chi lieto, chi mal sazio, si dispersero ognuno verso casa sua; i due preti si fermarono a piè della salita del castello; e chi fosse stato dietro a un oratorio che ivi sorge antichissimo, avrebbe inteso don Marco continuare il suo discorso col pievano; il quale lo lasciava dire, come quegli fosse stato un vescovo, ed egli un chierichetto novizio. «Le sarò grato--diceva don Marco--le sarò grato d'essersi persuaso; d'avere smessa l'idea d'esorcizzare quella povera giovane, perchè